Pillole sulla Comunità Pastorale
SI CHIEDEVANO L’UN L’ALTRO: “CHE COS’È?”
1. La Comunità pastorale: cos’è e perché
Il tema delle “pillole di catechesi” di quest’anno (inesorabilmente, mi verrebbe da dire) è la Comunità pastorale.
Il titolo che ho scelto è, in un certo senso, un po’ ironico. È tratto dal libro dell’Esodo, dalla scena in cui il popolo di Israele nel deserto riceve il dono della manna. La reazione degli israeliti è esattamente questa: “si chiedevano l’un l’altro ‘che cos’è?’”.
Proveremo a fare un po’ di ordine in questa novità della Comunità pastorale, senza la pretesa di esaurire e di chiarire tutto: anche perché molte cose si comprenderanno vivendole (succede così per tanti aspetti della vita, spesso quelli più decisivi).
Molte cose che dirò si trovano in un testo ufficiale – tecnicamente si chiama “direttorio” – che, per l’appunto, delinea la fisionomia di questo nuovo soggetto che ha per nome Comunità pastorale.
Cos’è una comunità pastorale? Cosa si intende per Comunità pastorale?
La Comunità pastorale è una forma di unità pastorale fra più parrocchie che sono chiamate a un cammino condiviso e coordinato attraverso un forte progetto di visione di insieme. Le due parrocchie in questione sono (per ora e salvo sorprese) le parrocchie di San Giovanni Battista e di Santo Stefano. Sgombriamo anzitutto il campo da equivoci: non è una annessione, non è una fusione, non è un accorpamento. La parrocchia San Giovanni Battista, anche quando entrerà a far parte della Comunità pastorale, resterà un soggetto ben identificato, con il suo proprio codice fiscale (tanto per intenderci) con le sue proprietà immobiliari (tanto per intenderci) e con le sue caratteristiche pastorali.
Alla domanda: “dobbiamo unificare tutto?”, la risposta è un categorico: no! Cosa cambia, dunque? Il cambiamento più grosso riguarda il fatto che tutte le parrocchie di una Comunità pastorale hanno un unico parroco. Quindi, da quando verrà costituita ufficialmente la Comunità pastorale, ci sarà un sacerdote che sarà parroco sia di San Giovanni Battista che di Santo Stefano. Piccola nota su un tema che affronteremo diffusamente nelle prossime puntate: un unico parroco non significa un unico prete (già adesso nelle parrocchie c’è un parroco e altri preti che non sono parroci, come il “nostro” don Roberto o, in Santo Stefano, don Stefano e don Luigi).
L’altro cambiamento – ne parleremo, sempre nelle prossime puntate – riguarda i soggetti, gli organismi che coordinano l’azione pastorale e in particolare il Consiglio pastorale parrocchiale, che diventerà Consiglio pastorale della Comunità pastorale. Non più, dunque, un Consiglio pastorale per ogni parrocchia, ma un unico Consiglio per l’intera Comunità pastorale (evidentemente, formato da membri di tutte le parrocchie della Comunità pastorale). In questo senso ci sembra di poter dire che il cammino sia già sostanzialmente ben avviato, dal momento che a partire dal gennaio 2025 i due Consigli pastorali si riuniscono abitualmente in sessione congiunta.
Il terzo grosso cambiamento riguarda un nuovo soggetto che si configura come decisivo all’interno della Comunità pastorale e con il quale impareremo ad avere familiarità: è la diaconia, di cui avremo modo di raccontare diffusamente.
Infine, una quarta novità che va vista semplicemente con simpatia: la Comunità pastorale assume un nome. La parrocchia San Giovanni Battista e la parrocchia Santo Stefano (che mantengono il proprio nome, come già ribadito) insieme costituiscono la Comunità pastorale …. Santissima Trinità (ho scritto un nome assolutamente a caso). Stiamo studiando un modo per coinvolgere tutti i fedeli nella scelta del nome.
Proverò ora a rispondere a una seconda domanda, per certi versi più difficile. Perché la comunità pastorale? Qual è la sua finalità? Chi risponde dicendo che il motivo è la mancanza di preti propone una prospettiva eccessivamente semplificata e parziale. Quantomeno bisognerebbe aggiungere che il motivo è la mancanza di preti, ma anche la mancanza di fedeli, la mancanza di collaboratori. Questa però è stata semplicemente la miccia che ha innescato (ormai 25 anni fa) il processo che ha portato alla formazione delle Comunità pastorali, dove la prospettiva scelta è stata quella di non farsi imbrigliare dall’istinto di conservazione, quanto piuttosto di ripensarsi (o tentare perlomeno di farlo) in un orizzonte diverso. Il direttorio già citato indica chiaramente le finalità della Comunità pastorale, che possono essere sintetizzate così: un rinnovato e autentico slancio missionario per il quale si chiede un ripensamento significativo delle attività svolte dalle parrocchie, una maggiore capacità di confrontarsi e di lavorare insieme tra parrocchie, una maggiore attenzione al territorio non solo geografico, ma a quello che viene ormai comunemente definito “territorio esistenziale”, uno sguardo d’insieme a tutti gli ambiti e a tutti i livelli della cura pastorale. In poche parole: più condivisione, più scioltezza, più ampiezza per una maggiore efficacia dell’annuncio evangelico. O, se proprio volete uno slogan: una comunità di comunità che cerca e favorisce la prossimità a tutti. Promettente, no?

